19) Locke. Lo stato di natura.
Proponiamo una serie di letture tratte dai Due trattati sul
governo, opera uscita anonima nel 1690, due anni dopo la felice
conclusione della Glorious Revolution. L'opera di Locke fu scritta
in polemica con Filmer, che aveva pubblicato anni prima un'opera
dal titolo Il Patriarca, in cui era sostenuta la tesi del diritto
divino come fondamento del potere. Nell'opera di Locke  presente
tutto il grande dibattito politico dell'epoca. In particolare il
filosofo espone le teorie politiche del suo partito, quello Whig,
fondate sul naturalismo, sulla tradizione inglese della Magna
Charta e sull'origine contrattualistica e consensuale del potere.
Lo stato di natura  uno stato di straordinaria libert, limitata
solo dalle leggi di natura. La mancanza di un diritto positivo
rende tutti giuridicamente uguali, cio con pari diritti.
J. Locke, Secondo trattato sul governo, paragrafo 4 (pagina 190).

Per comprendere rettamente il potere politico, e derivarlo dalla
sua origine, dobbiamo considerare quale sia lo stato in cui gli
uomini si trovano per natura. E' uno stato di libert perfetta di
ordinare le proprie azioni, di disporre delle propriet e delle
persone come meglio si ritiene, entro i limiti della legge di
natura, senza chiedere il permesso a nessuno e senza dipendere
dalla volont di nessuno.
Si tratta anche di uno stato di eguaglianza, nel quale ogni potere
e ogni giurisdizione  reciproca, perch nessuno ha pi potere o
pi giurisdizione di un altro. Perch non c' nulla di pi
evidente di questo, che creature della stessa specie e della
stessa razza, nate indistintamente per godere, nello stesso grado,
di tutti i vantaggi della natura, e per usare le medesime facolt,
dovrebbero anche essere reciprocamente uguali, senza
subordinazione o soggezione, a meno che il signore e padrone di
tutte quelle creature, con una manifesta dichiarazione della sua
volont, abbia posto uno sopra un altro, e gli abbia conferito,
con designazione evidente e chiara, un indubitabile diritto al
dominio e alla sovranit.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagina 611.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
20) Locke. La legge di natura.
La natura dell'uomo  la sua razionalit. Le leggi di natura sono
leggi della ragione. La ragione insegna che siamo tutti uguali in
quanto servitori di un unico padrone, il Dio che ci ha creati.
J. Locke, Secondo trattato sul governo, paragrafi 6, 7 (pagina
190).

Lo stato di natura ha una legge di natura che lo governa, e che
obbliga ciascun uomo. E la ragione, che  questa legge, insegna a
tutti gli uomini, purch vogliano consultarla, che sono tutti
uguali e indipendenti, e perci nessuno deve recare danno ad un
altro nella vita, salute, libert o propriet. Tutti gli uomini
sono opera di un unico autore onnipotente e infinitamente saggio,
sono tutti servitori di un unico padrone sovrano, inviati nel
mondo per suo ordine e ai suoi fini, sono sua propriet, dal
momento che sono opera sua, fatti per durare fino a quando piaccia
a lui e non a un altro. E, poich siamo forniti di facolt simili,
poich partecipiamo tutti all'unica comunit di natura, non si pu
supporre che ci sia tra noi una tale subordinazione, che possa
autorizzarci a distruggerci a vicenda, come se fossimo fatti gli
uni per l'uso degli altri, nel modo in cui le creature di ordine
inferiore sono fatte per noi. Ciascuno di noi, come  tenuto a
conservare se stesso, e non abbandonare il suo posto
volontariamente, cos, per la stessa ragione, quando la sua
conservazione non viene messa in questione, deve, nella misura del
possibile, preservare il resto dell'umanit, e, a meno che egli
non debba far giustizia di chi ha commesso un'offesa, non pu
eliminare o minacciare la vita a ci che conduce alla
conservazione della vita, della libert, della salute, delle
membra del corpo o dei beni di un altro.
E perch tutti gli uomini possano essere trattenuti dall'invadere
i diritti degli altri e dal recarsi danno l'un l'altro, e perch
sia osservata la legge di natura, che vuol mantenere la pace e la
conservazione di tutta l'umanit, l'esecuzione della legge di
natura , in questo stato, posta nelle mani di ciascun uomo, per
cui ognuno ha diritto di punire i trasgressori di quella legge in
un grado tale che possa impedire la sua violazione. E infatti la
legge di natura, come tutte le altre leggi che riguardano gli
uomini in questo mondo, sarebbe inutile, se non ci fosse nessuno
che nello stato di natura avesse il potere di eseguirla, e perci
di salvaguardare l'innocente e di reprimere gli offensori.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 611-612.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
21) Locke. Lo stato di guerra.
Lo stato di natura  regolato dalle leggi della ragione, per ci
non  uno stato di guerra. Ma la guerra  possibile e giusta
quando  in gioco la libert, quando alcuni rinnegano la ragione
ed impongono come criterio la forza.
J. Locke, Secondo trattato sul governo, paragrafi 16, 17 ( pagina
190).

Lo stato di guerra  uno stato di ostilit e di distruzione.
Perci chi dichiara con la parola o con l'azione un progetto, non
passionale e precipitato, ma calmo e determinato, sulla vita di un
altro uomo, si pone in uno stato di guerra nei confronti di colui
contro il quale ha dichiarato un'intenzione di questo genere, e
cos ha esposto la propria vita al potere di un altro, perch essa
pu essere eliminata dalla persona con la quale  entrata in
ostilit o da chiunque altro si sia unito con lui nella sua difesa
e ne abbia sposato la causa: infatti  ragionevole e giusto che io
abbia il diritto di distruggere ci che mi minaccia di
distruzione. In base alla legge fondamentale di natura gli uomini
debbono essere preservati nella misura massima possibile, ma,
quando non tutti possono essere preservati, deve essere preferita
la salvezza di chi  innocente; e un uomo pu distruggere un altro
uomo che gli fa guerra e che ha manifestato ostilit verso la sua
stessa esistenza, per la stessa ragione per cui pu uccidere un
lupo o un leone. Infatti uomini di questo genere non sono sotto i
legami della comune legge della ragione, non hanno altra regola
che quella della forza e della violenza, e perci possono essere
trattate come bestie feroci, creature pericolose e nocive che
sicuramente distruggono chiunque capita sotto il loro potere.
Di qui deriva che chi tenta di porre un altro uomo sotto il
proprio potere assoluto, perci stesso si pone in uno stato di
guerra nei suoi confronti, perch un tentativo di questo genere
dev'essere inteso come la dichiarazione di una intenzione sulla
sua vita. Perci ho ragione di concludere che chi volesse pormi
sotto il proprio potere senza il mio consenso, vorrebbe usarmi
come gli piace, una volta che  riuscito a ridurmi in suo potere,
e vorrebbe magari distruggermi, se gli venisse in mente di farlo:
e infatti nessuno pu desiderare di avermi nel proprio assoluto
potere, se non per costringermi con la forza a ci che  contro il
diritto della mia libert, cio se non per fare di me uno schiavo.
L'unica sicurezza della mia conservazione sta nell'essere libero
da una forza di questo genere, e la ragione mi costringe a
considerare come un nemico della mia conservazione chiunque voglia
privarmi della libert, che  la difesa della mia conservazione.
Perci chi tenta di rendermi in schiavit, con ci stesso si pone
nello stato di guerra nei miei confronti. Chi nello stato di
natura vorrebbe togliere la libert che in quello stato appartiene
a chiunque, deve necessariamente essere considerato come uno che
progetta di strappare ogni altra cosa, poich quella libert  il
fondamento di tutto il resto. Allo stesso modo chi nello stato di
societ volesse strappare la libert che appartiene a quelli che
sono membri di quella societ o di quello stato, deve essere
considerato come uno che progetta di strappar loro ogni altra
cosa, e cos deve essere considerato come uno che  nello stato di
guerra.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 612-613.
